Nelle sue parole lei non esisteva. Era semplicemente "la madre dei miei figli". Quella definizione, che in bocca ad un altro uomo avrebbe significato il più alto dei complimenti, in lui descriveva soltanto l'estraneità di un atto, la freddezza dell'amplesso riproduttivo, al quale egli aveva casualmente contribuito, ma che, una volta reciso il cordone ombelicale, lo legava soltanto al frutto di quell'unione di cui lei era stata una casuale incubatrice. Eppure lei c'era. La si vedeva nella camicia stirata, nella piega a filo di lana dei pantaloni; la si intuiva nel cambio di stagione, nei maglioni accuratamente riposti e nei calzini rammendati. Sembrava di scorgerla assieme a quei bimbi alle recite e ai saggi di danza, scattare foto, girare video, accumulando ricordi il cui senso e il vero significato essi avrebbero capito solo da grandi, riguardandoli con gli occhi disillusi degli adulti. Poi c'era l'altra, quella che lui chiamava "l...