Nelle sue parole lei non esisteva. Era semplicemente "la madre dei miei figli".
Quella definizione, che in bocca ad un altro uomo avrebbe significato il più alto dei complimenti, in lui descriveva soltanto l'estraneità di un atto, la freddezza dell'amplesso riproduttivo, al quale egli aveva casualmente contribuito, ma che, una volta reciso il cordone ombelicale, lo legava soltanto al frutto di quell'unione di cui lei era stata una casuale incubatrice.
Eppure lei c'era. La si vedeva nella camicia stirata, nella piega a filo di lana dei pantaloni; la si intuiva nel cambio di stagione, nei maglioni accuratamente riposti e nei calzini rammendati.
Sembrava di scorgerla assieme a quei bimbi alle recite e ai saggi di danza, scattare foto, girare video, accumulando ricordi il cui senso e il vero significato essi avrebbero capito solo da grandi, riguardandoli con gli occhi disillusi degli adulti.
Poi c'era l'altra, quella che lui chiamava "la mia donna", che gli restituiva il senso di un coinvolgimento bramoso e di un reciproco possesso.
Lei non c'era addosso a lui, ma era dentro di lui. Non gli stirava le camicie, non gli aveva assicurato la prosecuzione del suo cognome, ma era parte di lui, di ogni fibra del suo essere; si trovava in altre pieghe, quelle dell'animo, le più riposte e inaccessibili.
La di percepiva nei suoi sorrisi improvvisi, nella luce del suo sguardo, scorreva sotto le sue mani, fluiva nel suo ventre.
Era la sua donna: posseduta, amata, voluta contro tutto e contro tutti, contro quel destino che li aveva divisi e contro quel tempo che sadicamente li aveva uniti, beandosi nel contemplare la loro forza, la loro disperata passione che sgualciva le camicie stirate sfilate frettolosamente, che strappava bottoni pazientemente attaccati dall'altra che li ricuciva ingoiando le lacrime e la rabbia, mentre i bimbi giocavano nel salotto alla guerra, toccando quel pezzo di stoffa che altre mani avevano frettolosamente maneggiato, per liberare lo sguardo e la coscienza da quel lindore quotidiano, da quella cura casalinga, racconto di una finta normalità familiare che strappava sguardi d'ammirazione, invidia e qualche rimpianto nei parenti e negli amici che nella "madre dei miei figli" vedevano anche la "mia donna", perché l'apparenza immagina unito ciò che la realtà sa perfettamente essere diviso.
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