Un'alba spenta e fioca si affacciava tra le sagome scure dei palazzi, assorbendone la cupezza e affievolendone il solito splendore chiaro e deciso.
Giulia restò a guardarla tra il freddo dell'aria mattutina e il caldo tepore della tazzina di caffè, tra i rumori della strada, che le giungevano lontani e ovattati, e il silenzio addormentato della casa; pensò che a quel grigio nulla avrebbe potuto opporre resistenza, tantomeno poteva farlo quella timida luce, ancora troppo debole per non restare sopraffatta e troppo poco coraggiosa per potersi imporre, perché anche per splendere ci vuole coraggio, soprattutto in mezzo alle tenebre che divorano e succhiano qualsiasi splendore fino a renderlo una luce sbiadita, confusa maldestramente in mezzo al grigio.
Bevve un sorso di caffè e chiuse la finestra; il chiarore restò fuori a perdersi nell'aria fredda, debole e impotente scivolava sul grigio slavato dei palazzi, sulle crepe polverose e riempite qua e là di ciuffi d'erba di un verde malato che tale restava pure dopo che quella luce sbiadita gli era passata sopra. Giulia fissò con una nuova attenzione quel ciuffo d'erba come se se ne avvedesse per la prima volta in tanti anni. Lo trovò brutto e spento come brutte e spente erano le cose che la circondavano: i palazzi vecchi e diroccati, la vernice scrostata sui muri, la puzza, i fetori indistinti dell'aria cui si finiva per abituarsi man mano, addomesticando l'olfatto, riottoso come un Mustang selvaggio, che a furia di essere frustato e battuto finisce per diventare docile come un agnellino.
Sciacquò la tazzina e la macchinetta nel lavandino pieno di calcare e li asciugò con uno straccio liso, costellato di macchie antiche divenute tutt'uno con la fantasia della stoffa, fino a sostituirla. Un tempo tutto questo le avrebbe ispirato orrore e repulsione, ora faceva parte di una routine nella quale aveva finito per accomodarsi come in una vecchia poltrona. Si era abituata allo sporco e alla polvere e pure a non stupirsi quando le dicevano che il posto in cui abitava era figo, bello pieno di movimento e di giovani. Avrebbe sempre voluto dire che forse le ultime due affermazioni erano opinabili che il movimento c'era, sì, ma era quello solito della movida disordinata e arruffona dei quartieri cool della Capitale, che a muoversi erano soprattutto gli spacciatori e che quei giovani non facevano che urlare per strada, vomitare, pisciare ovunque per liberarsi dai fumi dello sballo.
Si preparò in fretta e divorò le scale. Nella sua corsa cieca si scontrò con due ragazzi che allora rincasavano. Il loro odore di alcool e fumo le arrivò allo stomaco ma non diede di vomito perché ormai anche lo stomaco si era abituato a resistere a quegli odori che scivolavano via nel tempo di un respiro. Non sapeva quando aveva imparato ad abituarsi, quando quel grigio e quegli odori le erano entrati nell'anima, sapeva che a quel grigio apparteneva la sua vita degli ultimi anni, che quelle strade l'avevano vista, che quei palazzi la conoscevano, sapevano oramai chi era, conoscevano la sua voce e i suoi respiri, chi aveva chiamato per nome ogni volta che contro uno di quei muri pieni di piscio e graffiti si era lasciata toccare e baciare, facendosi frugare prima nel corpo e poi nell'anima da mani sconosciute e da bocche fuggitive che si confondevano nel buio e nel grigio di notti tutte uguali, illuminate dalle luci opache e gialle. In mezzo al rumore delle auto e allo sferragliare dei treni anche l'amore era diventato grigio.
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