Il suo sorriso avido e soddisfatto slabbrava una bocca innaturalmente larga, enorme, che si mangiava tutto il viso, con le labbra ridotte a due strisce sottili, divorate dalla fila dei denti che rilucevano sinistri come lo Stregatto di Alice.
L'emozione selvaggia che lo percorreva, incontenibile, si tradiva in uno sguardo lubrico, posseduto da una forza sconosciuta e rivelatrice che lo accendeva di una luce grottesca: gli occhi schizzavano fuori dalle orbite, incapaci di contenere l'energia che promanava fuori assieme alle pupille.
Poche volte lo aveva visto così vero nell'esternare la sua emozione e ora capiva perché: faceva paura. Impauriva quel volto deformato, pieno di bramosa cupidigia che, solitamente repressa in una autoimposta e disciplinata formalità, esplodeva di colpo a ribadire un possesso esclusivo di qualcosa o di qualcuno che finalmente era lì a portata di mano, tanto simile a quella fanciullesca prepotenza che hanno i bambini quando toccano qualcosa e dicono: "Mio! Mio!".
Certuni non dovrebbero ridere, ché, pel piacere effimero della risata, essi finiscono per perdere quella maschera di onorata rispettabilità indossata per coprire una natura troppo vera per essere sopportabile agli occhi del mondo.
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