A
volte le sembrava di poter toccare con mano il suo odio. Una sottile striscia
di veleno tingeva parole e gesti che la convenienza e la condiscendenza
rivestivano di bonarietà e sorrisi complici, talvolta traducendosi in frasi
affettuose, grandi promesse e assicurazioni, talaltra in rabbuffi e amorevoli
rimproveri che stillavano gocce di disprezzo con sapiente misura, mischiando il
miele del compiacimento con l’amaro della critica, senza che ella riuscisse mai
a capire quale fosse la vera intenzione, il vero scopo delle sue parole. “Sì,
hai ragione, farei anch’io così però magari no, ma è solo una mia opinione,
sentiti libera…”
Nell'odio
egli inzuppava le sue finte emozioni, l’odio era l’imprescindibile sottotesto,
la chiave di volta che consentiva ad uno sguardo attento di interpretare e
capire il perché di certe frasi, di certi atteggiamenti. La odiava. Era un dato
di fatto. Forse l'aveva odiata dal primo momento in cui si erano
involontariamente incontrati in quella sala affollata: uno spintone, un breve
incrocio di sguardi ignari, la luce fredda di quegli occhi chiari e
trasparenti.
Col
tempo avrebbe imparato che quegli occhi non mostravano nulla di sé, ma riflettevano
tutto degli altri, come quei vetri a specchio di certe finestre dai quali è
possibile vedere fuori senza mostrare nulla dal di dentro. Erano piccoli e
cattivi come le sue mani, minuscole e affusolate, mani non adatte a un uomo e a
prima vista incapaci di sostenere il peso di quella cattiveria. Eppure lo aveva
visto fare del male, proprio con quelle mani e sorridere con quegli occhi
azzurri così angelici, così apparentemente innocenti, perché l’ombra trova più
facilmente rifugio proprio dove più fulgida risplende la luce.
Aveva
imparato a dare ad ogni emozione un colore: l’azzurro era il colore dell’odio.
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