Passa ai contenuti principali

L'azzurro dell'odio

A volte le sembrava di poter toccare con mano il suo odio. Una sottile striscia di veleno tingeva parole e gesti che la convenienza e la condiscendenza rivestivano di bonarietà e sorrisi complici, talvolta traducendosi in frasi affettuose, grandi promesse e assicurazioni, talaltra in rabbuffi e amorevoli rimproveri che stillavano gocce di disprezzo con sapiente misura, mischiando il miele del compiacimento con l’amaro della critica, senza che ella riuscisse mai a capire quale fosse la vera intenzione, il vero scopo delle sue parole. “Sì, hai ragione, farei anch’io così però magari no, ma è solo una mia opinione, sentiti libera…”
Nell'odio egli inzuppava le sue finte emozioni, l’odio era l’imprescindibile sottotesto, la chiave di volta che consentiva ad uno sguardo attento di interpretare e capire il perché di certe frasi, di certi atteggiamenti. La odiava. Era un dato di fatto. Forse l'aveva odiata dal primo momento in cui si erano involontariamente incontrati in quella sala affollata: uno spintone, un breve incrocio di sguardi ignari, la luce fredda di quegli occhi chiari e trasparenti.
Col tempo avrebbe imparato che quegli occhi non mostravano nulla di sé, ma riflettevano tutto degli altri, come quei vetri a specchio di certe finestre dai quali è possibile vedere fuori senza mostrare nulla dal di dentro. Erano piccoli e cattivi come le sue mani, minuscole e affusolate, mani non adatte a un uomo e a prima vista incapaci di sostenere il peso di quella cattiveria. Eppure lo aveva visto fare del male, proprio con quelle mani e sorridere con quegli occhi azzurri così angelici, così apparentemente innocenti, perché l’ombra trova più facilmente rifugio proprio dove più fulgida risplende la luce.

Aveva imparato a dare ad ogni emozione un colore: l’azzurro era il colore dell’odio. 

Commenti

Post popolari in questo blog

La madre dei figli

Nelle sue parole lei non esisteva. Era semplicemente "la madre dei miei figli". Quella definizione, che in bocca ad un altro uomo avrebbe significato il più alto dei complimenti, in lui descriveva soltanto l'estraneità di un atto, la freddezza dell'amplesso riproduttivo, al quale egli aveva casualmente contribuito, ma che, una volta reciso il cordone ombelicale, lo legava soltanto al frutto di quell'unione di cui lei era stata una casuale incubatrice. Eppure lei c'era. La si vedeva nella camicia stirata, nella piega a filo di lana dei pantaloni; la si intuiva nel cambio di stagione, nei maglioni accuratamente riposti e nei calzini rammendati. Sembrava di scorgerla assieme a quei bimbi alle recite e ai saggi di danza, scattare foto, girare video, accumulando ricordi il cui senso e il vero significato essi avrebbero capito solo da grandi, riguardandoli con gli occhi disillusi degli adulti. Poi c'era l'altra, quella che lui chiamava "l...

La cassa

“Sono 12,58 euro, signora.” “Gino, hai controllato i prezzi?” “Sì, mammà.” “Hai messo pure il pacchetto della salumeria?” “Sì, mammà.” “Gino, me la date una mano a prendere quella bottiglia lassù in cima? Je so’ corta e nun c’arrivo!”. Gino stava per alzarsi di scatto dalla sedia girevole, quando una mano ossuta gli premette con forza sulla spalla: “Maculatì, ma come vi viene? Facitevell’ piglià a’ cocchedun’ ato, mio figlio dalla cassa non si muove! Avete capito? Mio figlio deve stare alla cassa!” Gino doveva stare alla cassa. Non poteva muoversi. Che non potesse muoversi non era decisione sua, ma di sua madre, la signora Lina, un mucchietto di ossa piegato in due dall’artrite, perennemente fasciato da un vestito a fiori in ogni stagione, da cui spuntava un viso aguzzo e rugoso con due occhietti scuri e indagatori che scrutavano nel profondo dell’anima del cliente per tirargli fuori i sensi di colpa, i più torbidi peccati dell’anima sua e pure la confessione di qualche taccheg...

L'amore grigio

Un'alba spenta e fioca si affacciava tra le sagome scure dei palazzi, assorbendone la cupezza e affievolendone il solito splendore chiaro e deciso.  Giulia restò a guardarla tra il freddo dell'aria mattutina e il caldo tepore della tazzina di caffè, tra i rumori della strada, che le giungevano lontani e ovattati, e il silenzio addormentato della casa; pensò che a quel grigio nulla avrebbe potuto opporre resistenza, tantomeno poteva farlo quella timida luce, ancora troppo debole per non restare sopraffatta e troppo poco coraggiosa per potersi imporre, perché anche per splendere ci vuole coraggio, soprattutto in mezzo alle tenebre che divorano e succhiano qualsiasi splendore fino a renderlo una luce sbiadita, confusa maldestramente in mezzo al grigio.  Bevve un sorso di caffè e chiuse la finestra; il chiarore restò fuori a perdersi nell'aria fredda, debole e impotente scivolava sul grigio slavato dei palazzi, sulle crepe polverose e riempite qua e là di ciuffi d'erba...