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La cassa



“Sono 12,58 euro, signora.” “Gino, hai controllato i prezzi?” “Sì, mammà.” “Hai messo pure il pacchetto della salumeria?” “Sì, mammà.” “Gino, me la date una mano a prendere quella bottiglia lassù in cima? Je so’ corta e nun c’arrivo!”. Gino stava per alzarsi di scatto dalla sedia girevole, quando una mano ossuta gli premette con forza sulla spalla: “Maculatì, ma come vi viene? Facitevell’ piglià a’ cocchedun’ ato, mio figlio dalla cassa non si muove! Avete capito? Mio figlio deve stare alla cassa!”
Gino doveva stare alla cassa. Non poteva muoversi. Che non potesse muoversi non era decisione sua, ma di sua madre, la signora Lina, un mucchietto di ossa piegato in due dall’artrite, perennemente fasciato da un vestito a fiori in ogni stagione, da cui spuntava un viso aguzzo e rugoso con due occhietti scuri e indagatori che scrutavano nel profondo dell’anima del cliente per tirargli fuori i sensi di colpa, i più torbidi peccati dell’anima sua e pure la confessione di qualche taccheggio.
Rimasta vedova in giovane età, la signora Lina si era trovata a gestire il rimpianto di un marito morto prematuramente e la responsabilità di un supermercato e di un figlio, piccoli entrambi, entrambi bisognosi di guida e di cure. Non potendo trascurare né l’uno né l’altro, consapevole di dover ottimizzare le forze del suo misero corpicino, aveva deciso di mettere assieme le due cose e di badare contemporaneamente al figlio e all’attività, finendo per gestirli allo stesso modo: con rigore, protezione e possessività. Così il supermercato e il figlio crebbero di pari passo nel corso degli anni: mentre Gino correva tra i corridoi o faceva i compiti poggiato sui cartoni della pasta, Lina dirigeva la baracca, si recava personalmente dai fornitori per risparmiare sui costi di trasporto, studiava offerte e sconti. La regola di base era che tutto doveva passare per le sue mani: non si fidava di nessuno, sceglieva personalmente le commesse, i garzoni, controllava la qualità della merce e la cassa. La cassa era il suo pensiero fisso. Negli anni aveva provato ad affidarne la gestione a persone fidate, prima ad un cugino della buonanima del marito, ma questi teneva il brutto vizio di allungare le mani sia sulla ragazza della salumeria sia nel cassettino dei soldi e quindi fu costretta ad allontanarlo; poi fu la volta di un nipote, figlio della sorella, un ragazzo timido e taciturno che aveva vergogna pure di starnutire e non riusciva a spiccicare mezza parola, figuriamoci ad avere contatti con la gente. Così Lina s’era risolta a gestire lei quella delicata operazione, anche se in questo modo non riusciva ad avere il controllo sul resto del piccolo supermarket e il pensiero che nei corridoi stracolmi di pasta o di detersivi qualche solerte massaia facesse scivolare nella sporta qualche pacco di viveri non la faceva dormire. Restava Gino.
Il ragazzo era cresciuto ordinato e preciso come uno scaffale di pelati. 
Alto e segaligno, un enorme naso greco, Gino era un ragazzo paziente e remissivo, con una grande passione per i conti e la matematica. Lina aveva incanalato questa sua naturale predisposizione negli studi di ragioneria, pensando che gli sarebbero tornati buoni un giorno nella gestione dell’attività e infatti Gino era diventato proprio ciò che la madre voleva: un solerte e meticoloso impiegato, custode scrupoloso di quella cassa preziosa, zona di confine tra l’interno del supermarket e il mondo esterno col quale egli, sin da ragazzo, aveva avuto solo indispensabili contatti.

Il suo universo era lì, tra pacchi di zucchero e sacchi di pesce surgelato, un mondo dove le stagioni erano scandite dai panettoni, i gelati, le fave fresche, popolato di massaie ubertose, che si trascinavano grappoli di bimbi urlanti e borse piene di spesa, femmine divorate da una maternità vampira che ne aveva stravolto il corpo e la mente, annullando ogni segno di femminilità in enormi maglioni, pantacollant, pantofole. Per loro, strette nell’orizzonte chiuso di casa e famiglia, l’incontro quotidiano con Gino rappresentava l’unico contatto sociale con un esponente del genere maschile diverso dalla figura maritale e per questo gli dispensavano, tra un urlo e un capriccio dei bambini, sorrisi e ammiccamenti, indugiando dinanzi alla cassa più del necessario per acquistare dolciumi, caramelle e mentine atte a tacitare i pargoli e consentire loro di scegliere il sorriso migliore, il saluto più caloroso con cui sciogliere la ritrosia di quel giovane taciturno. A Lina non sfuggivano quegli approcci così rustici e impacciati e ringhiava rimbrotti e brontolii all’indirizzo di quelle svergognate senza pudore che non si sarebbero fatte specie di tradire i loro mariti, compromettendo il buon nome del figlio e l’onorabilità del supermarket. Quello che però Lina non vedeva, accecata com’era da quei timori e dalla gelosia materna, era che Gino non faceva caso a quei sorrisi. Immerso com’era nei numeri, riservava a quelle donne che gli passavano dinanzi la stessa attenzione che prestava ai prodotti sul nastro scorrevole: erano solo prezzi, quantità di merce, numeri, appunto, da sommare su pezzi di carta. Per lui le donne non erano un oggetto misterioso, non erano e basta. D’altronde, in quell’esistenza strozzata tra i numeri e la madre, egli non aveva mai indugiato con lubrico interesse sulle curve di un corpo femminile, anche perché tutti gli esemplari della specie coi quali si relazionava erano i meno adatti a suscitare il benché minimo desiderio. 
“Gino, ma quando te la trovi una brava ragazza?”, “Signora Lina che ve lo volete tenere sempre con voi a questo giovanotto?”. Lina non rispondeva o farfugliava, Gino le guardava con aria interrogativa e indifferente alla preoccupazione che trasudava da quelle domande, incapace com’era di concepire una vita diversa da quella che conduceva.


“Vavattenn mo’ mo’ oì! Nun tenimm’ nient’ pe tte!”. Le urla della signora Lina si udivano sin da fuori e Gino, che stava scaricando dei cartoni di pasta, si precipitò all’interno. La madre, rossa in viso, crocifiggeva con il suo sguardo duro e inquisitore una figura che ad una seconda occhiata risultò essere una giovane donna. Lina nel cacciarla le rivolse un ultimo avvertimento: “E nun te fa vedè cchiù!”. Gino la incrociò mentre mesta e mortificata si allontanava da quella donna terribile, il capo chino e il passo pesante. Non aveva mai visto niente di simile: alta, snella, gambe lunghissime che comparivano sotto la stoffa sottile di un vestito corto, una vita stretta, ma soprattutto un profumo che Gino non aveva mai sentito.

Non vide altro, non fece caso ad altro, dentro di lui si era accesa una strana e insolita frenesia e fu così che in un attimo Gino prese la prima e unica decisione della sua vita.
Lina rimase spiazzata: non aveva mai visto il figlio così deciso e determinato. Quel ragazzo remissivo e docile non le aveva mai chiesto nulla, aveva sempre obbedito, ma stavolta era diverso e una madre queste cose le sa: lo sguardo di Gino, sempre spento e indifferente, si era acceso di una luce prima sconosciuta e Lina non poteva farci nulla.
La ragazza venne assunta alla salumeria, reparto distante dalla cassa e sito nella parte più interna del supermarket, quasi nascosto da un’enorme pila di casse d’acqua.
Dinanzi a quella novità le comari iniziarono a mormorare con sorrisetti e ammiccamenti, mentre le mamme, indispettite da quella nuova e inattesa rivale, cercavano di darsi un tono, riavviandosi i capelli e raddrizzando la schiena sempre curva a controllare la prole. Nessuno poteva fare a meno di stupirsi, però, e ci si chiedeva se per caso la signora Lina non fosse impazzita a prendere proprio quella ragazza; altre, più benevole, pensavano che forse quella vecchia acida si era finalmente decisa a dare al figlio una moglie, ma perché avesse scelto proprio “quella là” non lo capivano proprio.

“Aveva bisogno di lavorare e noi avevamo bisogno di una in salumeria perché Checchina è uscita incinta e se n’è andata.” Tagliava corto Lina di fronte al fuoco di fila di domande insistenti e curiose. Nessuna di loro osava chiedere a Gino, che non sembrava per nulla scalfito da quella novità: continuava solerte e stralunato a contare soldi, sommare, passare prodotti, trasportare cartoni come se nulla fosse. Lina i primi tempi gli stava addosso come una chioccia sui pulcini, poi, vedendo il comportamento del figlio, man mano si era tranquillizzata, finendo quasi per dimenticarsi di quella ragazza e del pericolo quasi istintivo che aveva avvertito. Era precisa, puntuale, gentile e anche le signore, che all’inizio la guardavano con sospetto, finirono per considerarla un elemento del negozio, nonostante tutto. 
Un giorno Lina non riuscì ad alzarsi dal letto, il dottore disse che era una banale influenza, ma che, data l’età, sarebbe stato preferibile restare a letto al caldo. La signora non voleva sentire ragioni: non aveva mai lasciato il figlio da solo al supermercato: doveva andare, ma la schiena, che pur tra mille malanni l’aveva sempre sorretta, stavolta l’aveva abbandonata e, suo malgrado, dovette risolversi a restarsene a letto, tra mille pensieri, ansie e timori.

Per la prima volta Gino si trovò solo a gestire l’azienda nella quale era letteralmente nato e cresciuto, ma il pensiero di quella responsabilità era annullato da preoccupazioni di ben altra natura, che facevano passare in secondo piano quell’evento eccezionale. La frenesia, che l’aveva colpito quel giorno alla vista della ragazza, non voleva saperne di abbandonarlo, anzi, cresceva ogni volta che la vedeva uscire, stretta in un soprabito, col passo svelto che esaltava la sinuosità delle curve da donna. Gino restava come inebetito, ma non aveva più avuto il coraggio di avvicinarla dopo quel giorno, sia per la sua naturale ritrosia, sia per le parole della madre che ancora gli risuonavano minaci nel cervello: “Se solo ti permetti di avvicinarti a quella, quanto è vero Iddio la caccio immediatamente a calci!”. Così Gino si limitava a silenziose e furtive contemplazioni da lontano, gettando occhiate fugaci alla ragazza che ogni tanto usava l’entrata principale per uscire, passando dinanzi alla cassa e non dal retro come le era stato imposto, ricambiando in maniera discreta e piena di gratitudine quegli sguardi, consapevole che doveva solo a lui quel posto di lavoro.
L’assenza della madre ora costituiva un’occasione unica per poter avvicinare la ragazza, parlarle e sentire nuovamente quel profumo che gli aveva messo addosso quella inspiegabile frenesia. Così, profittando di un momento di calma, si allontanò dalla cassa e si diresse verso il reparto salumeria, lontano, nascosto da quella lunga pila di casse d’acqua. La ragazza stava dietro al bancone intenta a riordinare e Gino restò lì a contemplarla senza dire una parola, finché lei non si accorse della sua presenza e gli piantò addosso i suoi occhi scuri. Gino si sentì rimescolare il sangue in corpo, ma nel contempo si sentiva rigido come uno di quei pezzi di baccalà che vendevano a Natale; non riusciva a spiccicare mezza parola, forse l’unica cosa sensata da fare sarebbe stata andarsene, ritornare al suo posto alla cassa, ma si era letteralmente inghiommato lì davanti a quel bancone pieno di salumi e formaggi. La ragazza allora si tolse il grembiule e si diresse verso di lui: “Non sono riuscita ancora a ringraziarti per quello che hai fatto per me.” Abituato com’era alle chiacchiere delle mamme che Gino fingeva di ascoltare e alle quali replicava sempre con un cenno del capo o con un mezzo sorriso, stavolta l’uomo si trovava in difficoltà: non sapeva come comportarsi e non sapeva come gestire quelle sensazioni e così non trovò di meglio che battere in una coraggiosa ritirata, rifugiandosi alla cassa col cuore che gli martellava in petto e le tempie che gli pulsavano. Aveva esaurito tutto il suo ardimento per andare da lei, ma si era dimenticato di conservarne una piccola parte per rivolgerle la parola.  
Il giorno dopo ci riprovò: attese il momento di pausa, passò veloce tra i corridoi del supermarket e raggiunse il reparto. Lei era sempre lì, intenta a mettere a posto, e, come il giorno prima, gli rivolse un sorriso al quale Gino con incredibile coraggio rispose con un “Grazie!”, prima di fuggire via incapace di dominare la tempesta di emozioni che lo sconvolgeva più forte del giorno prima. A quel punto la ragazza uscì nuovamente da dietro al bancone, lo rincorse, gli prese la mano e lo guardò negli occhi; Gino non sapeva che fare perché quello sguardo lo divorava pezzo per pezzo, scavandogli nelle carni, lacerandole poco a poco, con una sensazione mista di piacere e dolore, indefinibile e non misurabile coi numeri che tanto sapeva maneggiare bene, incapace di decidere se era meglio restare o andare via.
Alla fine Gino rimase.

“Maculati’, ma pure oggi il supermercato è chiuso?”
“Sì, sì, è cchiù ‘e na semman’ oramai, Carmé. Secondo me non apre più.”
“Povera signora Lina, non se la meritava una cosa del genere…”
“Ma com’è successo? Io so che è stato un incidente, però sono venute le guardie l’altro giorno. Dice che Gino deve andare a fare la denuncia.”
“Eh, chillu guaglione! Tanto buono! Io ce lo dicevo alla signora Lina che lo doveva smaliziare un poco, quello è cresciuto comm’ a nu vruoccolo allert’ e poi ha fatto quella fine…”
“E la guagliona? Dove sta?”
“Nessuno lo sa. Dopo che è successo il fatto, non si è vista più chella zoccol’! Io ce l’avevo detto a Lina che doveva stare attenta, ma lei niente…”
“Carmè, ma è vero che li trovò…?”
“Ehhh! Altroché! A me me l’ha contato ‘o guaglione del fruttaiolo, perché fu il primo a intervenire. Praticamente, la signora Lina -che non era stata bene, vi ricordate?- era tornata al lavoro. Però il figlio era strano. Sempre educato, per carità! Un lavoratore! E rispettoso, ma voi lo sapete: le mamme tengono quel sesto senso quando ci stanno di mezzo i figli e quelle raramente si sbagliano. Poi la Signora Lina teneva un’intelligenza! Bastava che ti guardava negli occhi! Dice che il ragazzo –questo poi me l’ha contato Mario- a un certo punto spariva e Lina non si faceva capace di dove andava. E insomma, senza portarla a lungo, pare che un giorno abbia deciso di seguirlo e lo trovò con quella là, tutti e due mezzi nudi, -quella svergognata!- dietro le casse d’acqua, vicino al reparto della salumeria. Dice che Lina non ci vide più e strappò i capelli a quella zoccola e le graffiò la faccia, Gino cercò di dividerle, ma quelle urlavano e soffiavano come i gatti in amore e poi, non si sa come la signora Lina picchiò con la schiena contro la pila di casse che le crollò addosso. Chiamarono aiuto, cercarono di liberarla, ma per chella puverell non ci stava più niente da fare.”
“Uh, Gesù! Che brutta fine! Ma quindi Gino se la faceva cu chella guagliona? A me quella non mi piaceva, si vedeva che era nu poc’ zoccol’!”
“Sì sì, se la facevano assieme. Gino si era proprio nfessut’! Si sarebbe scippato il cuore dal petto per quella là. Lei lo sapeva e se n’è approfittata. L’occasione fa l’uomo ladro, Maculatì!”
“E allora è stata lei che ha pigliato i soldi dalla cassa?”
“Guardate, di sicuro ci sta solo la morte, però io ci metto la mano sul fuoco. Mentre portavano la mamma all’ospedale, Gino aveva chiesto alla ragazza di badare al supermercato e le aveva affidato le chiavi della cassa. Così lei, una volta rimasta sola, si è pigliata i soldi ed è scappata. La signora Lina nel frattempo non ce l’aveva fatta a superare l’intervento e così quel povero guaglione, tornato a casa con la morte nel cuore, si è trovato pure quest’altra pugnalata al fianco: la ragazza e i soldi spariti.”
“Uh, Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria! Una tragedia! Io ci avrei avuto tanto piacere che Gino si trovasse una brava ragazza, ma con quella mamma…”
“Eh, ma quella la signora lo conosceva il figlio, perciò se lo era tenuto sempre sotto a lei, però che ci volete fare? Quello quando il diavolo ci si mette… Poi Mario dice che la signora Lina, mentre la portavano all’ospedale, urlava: ‘Ginu! Le casse!’, solo che nessuno ha capito che volesse dire. Le casse dell’acqua?”
“Macché, Carmé! Quali casse! Era di sicuro la cassa, i soldi! Gino non si doveva muovere dalla cassa. E invece si è mosso e ha fatto il guaio… Stateve bbona!”



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