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La cassa

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La madre dei figli

Nelle sue parole lei non esisteva. Era semplicemente "la madre dei miei figli". Quella definizione, che in bocca ad un altro uomo avrebbe significato il più alto dei complimenti, in lui descriveva soltanto l'estraneità di un atto, la freddezza dell'amplesso riproduttivo, al quale egli aveva casualmente contribuito, ma che, una volta reciso il cordone ombelicale, lo legava soltanto al frutto di quell'unione di cui lei era stata una casuale incubatrice. Eppure lei c'era. La si vedeva nella camicia stirata, nella piega a filo di lana dei pantaloni; la si intuiva nel cambio di stagione, nei maglioni accuratamente riposti e nei calzini rammendati. Sembrava di scorgerla assieme a quei bimbi alle recite e ai saggi di danza, scattare foto, girare video, accumulando ricordi il cui senso e il vero significato essi avrebbero capito solo da grandi, riguardandoli con gli occhi disillusi degli adulti. Poi c'era l'altra, quella che lui chiamava "l...

Il Ciclope e Galatea

Se papaveri rossi e candidi gigli non possono mai stare assieme come possono farlo il Ciclope e Galatea?  Eppure è nella natura di chi ama desiderare l'impossibile.  E l'impossibile spesso vuol dire desiderare di essere altro da sé, nella consapevolezza che il cambiamento è inattuabile.  In questo desiderio irrealizzabile Polifemo trascorre le sue giornate, di fronte al mare ostile e lontano, cui confida la nostalgia di Galatea che gli si è impigliata nel cuore e non se ne va.  Vorrebbe offrirle la grotta, il tenero belato del gregge ch'egli pasce con amore, il latte fresco e i formaggi, il suono della zampogna. Nulla di tutto ciò avvince Galatea, perché a lei piace il mare e Polifemo lo sa.  Sa anche che Galatea fugge la sua fronte, il suo sopracciglio ispido e peloso e il cerchio di quell'unico occhio, il naso enorme.  La sua diversità non può piacerle: è priva di appigli, liscia come l'indifferenza su cui scivola l'amore del Ciclope. ...

L'azzurro dell'odio

A volte le sembrava di poter toccare con mano il suo odio. Una sottile striscia di veleno tingeva parole e gesti che la convenienza e la condiscendenza rivestivano di bonarietà e sorrisi complici, talvolta traducendosi in frasi affettuose, grandi promesse e assicurazioni, talaltra in rabbuffi e amorevoli rimproveri che stillavano gocce di disprezzo con sapiente misura, mischiando il miele del compiacimento con l’amaro della critica, senza che ella riuscisse mai a capire quale fosse la vera intenzione, il vero scopo delle sue parole. “Sì, hai ragione, farei anch’io così però magari no, ma è solo una mia opinione, sentiti libera…” Nell'odio egli inzuppava le sue finte emozioni, l’odio era l’imprescindibile sottotesto, la chiave di volta che consentiva ad uno sguardo attento di interpretare e capire il perché di certe frasi, di certi atteggiamenti. La odiava. Era un dato di fatto. Forse l'aveva odiata dal primo momento in cui si erano involontariamente incontrati in quella sala...

Narciso

  Narciso è solo.  Nel riflesso liquido scorge ciò che altrove non aveva mai trovato: un'illusione di completezza, che invano tenta di afferrare. Si contempla abbagliato nello specchio umido e altro non vede, altro non brama se non l'ombra pallida delle carni bianche, la luce diafana degli occhi, l'oro spento de i capelli che si stempera nei riflessi dell'acqua.  Narciso non sa che ama se stesso più delle ninfe, più dei giovanetti, più di Eco consunta d'amore per lui.  Narciso non sa: arde d'amore, perché nulla di più bello i suoi occhi hanno visto. Non sa che in quell'amore c'è la sua rovina, perché l'abbaglio del suo riflesso nasconde il gorgo della solitudine.  Narciso è solo, ma non lo saprà mai.

Il vero volto del possesso

Il suo sorriso avido e soddisfatto slabbrava una bocca innaturalmente larga, enorme, che si mangiava tutto il viso, con le labbra ridotte a due strisce sottili, divorate dalla fila dei denti che rilucevano sinistri come lo Stregatto di Alice.  L'emozione selvaggia che lo percorreva, incontenibile, si tradiva in uno sguardo lubrico, posseduto da una forza sconosciuta e rivelatrice che lo accendeva di una luce grottesca: gli occhi schizzavano fuori dalle orbite, incapaci di contenere l'energia che promanava fuori assieme alle pupille. Poche volte lo aveva visto così vero nell'esternare la sua emozione e ora capiva perché: faceva paura. Impauriva quel volto deformato, pieno di bramosa cupidigia che, solitamente repressa in una autoimposta e disciplinata formalità, esplodeva di colpo a ribadire un possesso esclusivo di qualcosa o di qualcuno che finalmente era lì a portata di mano, tanto simile a quella fanciullesca prepotenza che hanno i bambini quando toccano qualcosa e ...

L'amore grigio

Un'alba spenta e fioca si affacciava tra le sagome scure dei palazzi, assorbendone la cupezza e affievolendone il solito splendore chiaro e deciso.  Giulia restò a guardarla tra il freddo dell'aria mattutina e il caldo tepore della tazzina di caffè, tra i rumori della strada, che le giungevano lontani e ovattati, e il silenzio addormentato della casa; pensò che a quel grigio nulla avrebbe potuto opporre resistenza, tantomeno poteva farlo quella timida luce, ancora troppo debole per non restare sopraffatta e troppo poco coraggiosa per potersi imporre, perché anche per splendere ci vuole coraggio, soprattutto in mezzo alle tenebre che divorano e succhiano qualsiasi splendore fino a renderlo una luce sbiadita, confusa maldestramente in mezzo al grigio.  Bevve un sorso di caffè e chiuse la finestra; il chiarore restò fuori a perdersi nell'aria fredda, debole e impotente scivolava sul grigio slavato dei palazzi, sulle crepe polverose e riempite qua e là di ciuffi d'erba...